Castello di Venere e Giardino del Balio

Località:Erice(TP)
Estensione: 

Sito sulla cima del Monte Erice, il castello normanno sorge come fortezza sulle rovine di un santuario a cielo aperto sicano-elimo al quale in epoca romana si sovrappose un tempio di modeste dimensioni dedicato dai Romani alla Venus Erycina.

Venne successivamente reso inespugnabile con l'edificazione di poderose mura e dalle Torri del Balio un tempo collegate al castello tramite un ponte levatoio.

Il carattere difensivo è ancora testimoniato dal piombatoio sopra il portone d'ingresso arricchito dallo stemma degli Asburgo di Spagna, tangibile segno del loro passaggio. Circonda il Castello di Venere e le Torri del Balio, il Giardino del Balio, edificato, anch’esso in periodo normanno come difesa avanzata del castello.

I giardini così come le torri adiacenti, prendono il nome dal "baiolo" rappresentante dell'autorità regia che durante il medioevo, risiedeva presso l'adiacente castello. Il giardino di originale gusto inglese, impiantato a metà del secolo XIX per volontà del conte Agostino Pepoli è un vero e proprio monumento naturale.

Terrazzamenti e padiglioni gotici caratterizzano il giardino, complesso molto scenografico con tanto di settore romantico roccioso, parterre e ingresso novecentista. Deve la sua costruzione al conte Agostino Sieri-Pepoli, che lo costruì nel 1872 grazie a una convenzione con la municipalità di Erice.

I lavori furono diretti dallo stesso Pepoli ed eseguiti a regola d’arte dalle maestranze ericine. Era intendimento del Conte trasformare quell’immensa proprietà in giardino all’inglese alberato di pini, noci, mandorli ed altri alberi da frutto e tutto quanto poteva attecchire in quei luoghi irti e scoscesi.

Per la realizzazione del progetto consultò due tavole del sacerdote ericino don Matteo Gebbia inserite nell’opera del Carvini “ Erice antica e moderna, sacra e profana” della seconda metà del secolo XVII dalle quali si poteva desumere quanto l’incuria di 150 anni avesse danneggiato le antiche strutture del monumento ed in particolare le torri, le più danneggiate. Inoltre, con il trascorrere degli anni, tutta quella ampia consistenza di terreno si era frazionata. Il Conte riuscì, con molte difficoltà, ad unificare ventitré proprietà tutte contigue e sottostanti al Castello per quasi cinquanta ettari di terreno. Si era riproposto, infatti, di ridurre l’intera contrada di Runzi in un unico ampio parco. Per primo si procedette allo spianamento della zona dinanzi le Torri del Balio per proseguire, quasi in contemporanea, con i lavori del primo tratto del sentiero per i Runzi la cui vegetazione selvaggia rendeva difficile e pericoloso il percorso soprattutto dal versante orientale del Balio da dove si giungeva fino alla chiesetta medievale di Santa Maria Maddalena, meta di numerosi fedeli soprattutto in alcuni periodi dell’anno. La prima serie di gradini, che discendeva lungo un percorso a tornanti, si interrompeva ad un certo punto, su un piccolo spiazzo nel cui lato in pendio il Conte costruì una pittoresca fontana sovrastata da un muro di contenimento alto e robusto, caratterizzata da tre vasche comunicanti con tre nicchie, idonee per la collocazione di sculture ispirate alla mitologia. Per rendere più sicuro il transito dei viandanti fece, inoltre collocare una serie di eleganti ringhiere lungo i fianchi del sentiero. Dallo slargo della fontana, percorrendo una siepe si giungeva ad un’altra scalinata seminascosta da muretti disposti a semicerchi contrapposti da ampi pianerottoli, ideali per le soste all’ombra. Da questa scalinata si arrivava, allora come adesso alla Torretta Pepoli, simbolo di Erice per la sua particolare caratteristica copertura a tegole e la cupoletta d’ispirazione arabeggiante. I lavori di riadattamento volgevano a termine ma perché il parco dei Runzi fosse come il Conte desiderava occorreva deviare la servitù di passaggio per Paparella, antico nome della località Valderice, che attraversava il parco. Il Pepoli si rivolse allora ancora una volta agli Amministratori ericini che rigettarono la proposta. Deluso, tornò a Trapani. Un altro grandioso progetto balenava, intanto, nella sua mente: la costruzione di un grande Museo che sarà intitolato a lui come la strada sulla la quale si trova.

Il panorama che si gode dall’alto di questo sito è ritenuto, a ragione, uno dei più belli del mondo. Bellissimo e vario, esso abbraccia l’orizzonte per un giro completo. Lo sguardo si posa sul canale di Sicilia e sul mar Tirreno; sull’estesa pianura chiusa a levante da monti, fra i quali lo Sparacio, l’Inici ed il solitario promontorio di Cofano, dietro al quale si allunga la punta di Capo San Vito.

Alle falde del monte si notano il piccolo porto di Bonagia e Trapani falcata; ad ovest ed a sud le Egadi e Marsala. Quando le condizioni di visibilità sono particolarmente favorevoli, si scorgono a nord-ovest l’isola di Ustica ed a sud Pantelleria, in rarissime occasioni Capo Bon, punta estrema dell’Africa.